Pubblicato il Maggio 15, 2024

La strategia 60/40 non è morta, ma le sue fondamenta sono incrinate: la correlazione negativa tra azioni e obbligazioni non è più una garanzia.

  • Nel nuovo paradigma di mercato, l’inflazione persistente erode il rendimento reale delle obbligazioni, annullando il loro ruolo di “bene rifugio”.
  • La performance passata non è più sufficiente; è necessario integrare nuove fonti di crescita e strategie di gestione del rischio più sofisticate.

Raccomandazione: L’obiettivo non è più bilanciare semplicemente azioni e obbligazioni, ma bilanciare i fattori di rischio sottostanti come inflazione, crescita e tassi d’interesse per costruire un portafoglio realmente resiliente.

Per decenni, la strategia di investimento 60/40 è stata il pilastro della costruzione di portafogli. L’idea era semplice e potente: un 60% in azioni per la crescita e un 40% in obbligazioni per la stabilità. Quando le azioni scendevano, le obbligazioni, tipicamente, salivano, agendo da ammortizzatore. Molti investitori fai-da-te hanno costruito le proprie fortune su questa regola aurea, dormendo sonni tranquilli. Ma il 2022 ha brutalmente interrotto questo idillio, mostrando uno scenario che i modelli tradizionali ritenevano quasi impossibile: azioni e obbligazioni sono crollate all’unisono.

Molti si sono affrettati a dichiarare la “morte” del portafoglio 60/40, suggerendo di gettare via le vecchie regole e passare a esotiche alternative come le criptovalute o il private equity. Sebbene queste asset class abbiano un loro ruolo, la vera questione è più profonda. Il problema non è la ripartizione 60/40 in sé, ma il cambiamento strutturale del contesto macroeconomico. L’inflazione elevata e le aggressive politiche monetarie delle banche centrali hanno riscritto le regole del gioco, modificando le correlazioni tra asset. La vera domanda, quindi, non è “cosa” mettere nel portafoglio, ma “perché”.

E se la vera chiave non fosse abbandonare il 60/40, ma evolverlo? Invece di cercare sostituti, dobbiamo capire come ricostruire un portafoglio bilanciato pensando non più a compartimenti stagni, ma a come i diversi asset reagiscono ai veri motori del mercato: crescita, inflazione e tassi di interesse. Questo articolo non vi offrirà una formula magica, ma un nuovo framework mentale. Analizzeremo perché il vecchio modello ha fallito, come gestire il ribilanciamento in modo fiscalmente intelligente, e quali strumenti e aree geografiche possono offrire la resilienza e la crescita necessarie per i mercati di oggi.

In questo articolo, esploreremo in dettaglio le strategie concrete per modernizzare il vostro approccio all’investimento, superando i limiti del modello tradizionale. Il seguente sommario vi guiderà attraverso i punti chiave che affronteremo.

Perché nel 2022 azioni e obbligazioni sono scese insieme e cosa ci insegna per il futuro?

Il 2022 è stato un anno spartiacque per gli investitori. La logica fondamentale del portafoglio 60/40 si basava su una correlazione storicamente negativa tra azioni e obbligazioni. In parole semplici, quando una scendeva, l’altra saliva, bilanciando il risultato. Ma nel 2022, questo meccanismo si è rotto. La causa principale è stata un nemico che i mercati non vedevano da decenni: un’inflazione galoppante. Per combatterla, le banche centrali di tutto il mondo, a partire dalla Federal Reserve, hanno avviato una serie di rialzi dei tassi di interesse a un ritmo senza precedenti.

Questo ha avuto un doppio effetto devastante. Da un lato, tassi più alti hanno reso le obbligazioni esistenti (con tassi più bassi) meno attraenti, facendone crollare il prezzo. Dall’altro, hanno frenato l’economia e ridotto le aspettative di profitto delle aziende, innescando un sell-off sul mercato azionario. Secondo un’analisi, il 2022 ha segnato un calo del 9,5% per il CAC 40, dell’8,8% per il Dow Jones e una perdita del 33% per il Nasdaq, configurandosi come uno degli anni peggiori per le borse USA dagli anni ’30.

Rappresentazione visiva della correlazione positiva tra mercati azionari e obbligazionari durante la crisi del 2022

Come mostra l’illustrazione, le due componenti del portafoglio, che avrebbero dovuto muoversi in direzioni opposte, hanno invece marciato di pari passo verso il basso. La lezione per il futuro è chiara: la correlazione negativa non è una legge di natura, ma dipende dal contesto macroeconomico. In un’era di potenziale inflazione strutturale, non possiamo più dare per scontato che le obbligazioni proteggano sempre dalle perdite azionarie. Dobbiamo cercare forme di diversificazione più robuste e consapevoli del nuovo scenario.

Come e quando riportare le percentuali del portafoglio all’origine senza pagare troppe tasse?

Il ribilanciamento è una delle discipline più importanti per un investitore, ma anche una delle più trascurate. Consiste nel vendere parte degli asset che hanno performato meglio (e quindi pesano di più) e comprare quelli che sono rimasti indietro, per riportare il portafoglio alle percentuali desiderate (es. 60/40). Questo impone la regola “compra basso e vendi alto”. Nonostante la crisi del 2022, questa strategia si è dimostrata ancora valida: alcune analisi mostrano come un portafoglio 60/40 globale, se ribilanciato, abbia potuto generare un rendimento cumulato del 29,7% dalla fine del 2022 a settembre 2024. Tuttavia, vendere asset in guadagno comporta un problema concreto: il pagamento delle tasse sulle plusvalenze (capital gain).

Per un’investitore attento, l’efficienza fiscale è cruciale. Come ribilanciare senza regalare una fetta consistente dei profitti al fisco? Esistono due approcci principali:

  • Ribilanciamento basato su soglie: Invece di ribilanciare a scadenze fisse (es. ogni anno), si interviene solo quando un’asset class si discosta dalla sua allocazione target di una certa percentuale, ad esempio il 5% o il 10%. Se le azioni dovessero passare dal 60% al 66% del portafoglio, si venderebbe quel 6% in eccesso. Questo riduce la frequenza delle transazioni e, di conseguenza, gli eventi fiscali.
  • Ribilanciamento con nuovi capitali: Il metodo più efficiente fiscalmente è usare i nuovi apporti di capitale. Invece di distribuire i nuovi fondi proporzionalmente, si investe la liquidità interamente negli asset sottopesati. Se le obbligazioni sono scese al 35% del portafoglio, i nuovi risparmi andranno tutti lì finché non torneranno al 40%. In questo modo, non si vende nulla e non si generano plusvalenze.

Un’altra tecnica avanzata è il “tax-loss harvesting”: vendere posizioni in perdita per compensare fiscalmente le plusvalenze derivanti dalla vendita di posizioni in guadagno. Questo è particolarmente utile in anni turbolenti come il 2022. La chiave è avere una strategia chiara e non agire d’impulso, trasformando il ribilanciamento da un obbligo costoso a uno strumento strategico per ottimizzare i rendimenti al netto delle imposte.

Azioni da dividendo o Obbligazioni High Yield: quale genera la rendita migliore oggi?

In un mondo a caccia di rendimento, gli investitori si trovano spesso di fronte a un bivio: puntare sulle azioni da dividendo, che offrono un flusso di cassa e potenziale di crescita del capitale, o sulle obbligazioni ad alto rendimento (High Yield), che promettono cedole generose ma con un rischio di credito più elevato. Non esiste una risposta unica, poiché la scelta dipende dal profilo di rischio e dalle aspettative sull’economia. Le azioni da dividendo tendono a performare bene in contesti di crescita economica stabile, mentre le obbligazioni High Yield possono soffrire in caso di recessione, quando aumenta il rischio di default degli emittenti.

Tuttavia, il dibattito si inserisce in una discussione più ampia: come costruire un portafoglio che sia resiliente a diversi scenari economici? Esistono strategie alternative al classico 60/40 che cercano di ottimizzare il rapporto rendimento/rischio. Come mostra un’analisi comparativa delle strategie alternative, modelli diversi offrono profili di rischio e rendimento differenti.

Confronto rendimento corretto per il rischio
Strategia Rendimento annualizzato Volatilità Sharpe Ratio
Portafoglio 60/40 tradizionale 6,89% Media 0,48
Portafoglio 30/70 conservativo 5,55% Bassa 0,52
All-Weather Portfolio 4,45% Molto bassa 0,65

Una delle alternative più note è l’All-Weather Portfolio, ideato da Ray Dalio. L’obiettivo non è massimizzare il rendimento, ma creare resilienza in qualsiasi “stagione” economica. Come spiegato da Lori Ioannou sul Wall Street Journal:

La strategia è concepita per ottenere buoni risultati in diverse condizioni economiche (espansione, recessione, inflazione e deflazione), bilanciando il rischio sulle varie classi di attivi, con un’attenzione rivolta a resilienza e conservazione del capitale.

– Lori Ioannou, Wall Street Journal

Questo approccio sposta l’attenzione dalla semplice ricerca del rendimento più alto alla costruzione di un portafoglio in grado di assorbire shock imprevisti, un obiettivo cruciale per l’investitore moderno che non vuole più subire passivamente le bizze dei mercati.

L’errore di pensare che le obbligazioni siano “sicure” quando l’inflazione è al 5%

Nella mente di molti investitori, la parola “obbligazione” è sinonimo di “sicurezza”. Per anni, i titoli di Stato sono stati considerati l’investimento a rischio zero per eccellenza. Questa percezione, però, ignora un predatore silenzioso ma letale per i rendimenti fissi: l’inflazione. Quando l’inflazione è alta, il rendimento nominale di un’obbligazione può trasformarsi in una perdita reale. Il rendimento reale è ciò che conta veramente: è il rendimento nominale meno il tasso di inflazione. Se un’obbligazione offre una cedola del 3% ma l’inflazione è al 5%, il potere d’acquisto del vostro capitale si sta erodendo del 2% ogni anno.

Questo concetto è diventato drammaticamente evidente negli ultimi anni. Come spiegato dagli analisti di Pictet Asset Management, in un contesto di inflazione all’8%, un’obbligazione che rende il 5% genera una perdita reale del 3% annuo. L’investitore crede di guadagnare, ma in realtà sta diventando più povero. Questo rischio è particolarmente accentuato per le obbligazioni a lunga scadenza, la cui “duration” (sensibilità ai tassi di interesse) le rende estremamente vulnerabili a un aumento dell’inflazione e dei tassi.

Visualizzazione dell'erosione del potere d'acquisto delle obbligazioni in periodo inflazionistico

L’immagine sopra rappresenta visivamente questo processo: il valore solido della valuta viene lentamente “congelato” e eroso dall’inflazione, perdendo il suo potere d’acquisto. L’errore fatale è confondere l’assenza di volatilità di prezzo (tipica di chi tiene un’obbligazione fino a scadenza) con l’assenza di rischio. Il rischio inflazione è altrettanto reale del rischio di mercato. Un gestore patrimoniale innovativo non si chiede solo “questo investimento è volatile?”, ma “questo investimento proteggerà il mio capitale in termini reali?”. In un mondo post-2022, ignorare questa domanda significa programmare una perdita certa.

Entrare sui mercati con una grossa somma (Lump Sum) o a rate (PAC): cosa dicono le statistiche?

Una delle domande più classiche per chi si trova con una liquidità importante (da un’eredità, una vendita immobiliare o un bonus) è: “Investo tutto subito (Lump Sum) o poco alla volta con un Piano di Accumulo del Capitale (PAC)?”. Dal punto di vista puramente statistico, la storia ci dice che, circa due terzi delle volte, l’investimento Lump Sum ha generato rendimenti superiori. Questo perché, storicamente, i mercati tendono a salire nel lungo periodo, e prima si entra, più a lungo il capitale resta investito e beneficia dell’interesse composto.

Tuttavia, la statistica non tiene conto di un fattore fondamentale: la psicologia dell’investitore. Investire una grossa somma in un’unica soluzione e vedere i mercati crollare del 20% il mese successivo può essere devastante e portare a decisioni di panico, come vendere al momento peggiore. Il PAC, distribuendo l’investimento nel tempo, media il prezzo di carico e riduce il rischio di timing, ovvero il rischio di entrare sul mercato a un picco. Questo offre una maggiore tranquillità psicologica, un bene preziosissimo in mercati volatili.

In un contesto come quello attuale, caratterizzato da incertezza e volatilità, una strategia ibrida può rappresentare la soluzione più intelligente e pragmatica. Un approccio suggerito da alcuni analisti, come quelli di Morningstar, consiste nel combinare il meglio dei due mondi. Potreste, ad esempio, seguire questi passi:

  • Investire subito una parte: Destinare immediatamente il 50% della somma a un portafoglio diversificato con un orizzonte temporale di lungo periodo (almeno 6-10 anni).
  • Distribuire il resto con un PAC accelerato: Investire il restante 50% tramite un PAC su un periodo breve, ad esempio 3-6 mesi, per mediare l’ingresso senza restare fuori dal mercato troppo a lungo.
  • Monitorare e adattare: Tenere sotto controllo i rendimenti e essere pronti ad adattare la velocità del PAC in base alle condizioni di mercato.

Questa strategia bilanciata permette di non rimanere fermi con la liquidità (che viene erosa dall’inflazione) e, allo stesso tempo, di mitigare il rischio emotivo di un ingresso “sbagliato”.

ETF passivi o fondi attivi: quale strumento ti fa dormire meglio la notte?

Il dibattito tra gestione passiva (ETF che replicano un indice) e gestione attiva (fondi il cui gestore cerca di battere il mercato) è da sempre al centro del mondo degli investimenti. I sostenitori degli ETF sottolineano i costi drasticamente inferiori e il fatto che, storicamente, la maggior parte dei fondi attivi non riesce a battere il proprio benchmark di riferimento al netto delle commissioni. Per l’investitore fai-da-te, la semplicità e l’efficienza di un portafoglio di ETF a basso costo sono innegabilmente attraenti.

Tuttavia, liquidare la gestione attiva come un retaggio del passato sarebbe un errore, specialmente nel nuovo contesto di mercato. In periodi di grandi cambiamenti strutturali e di maggiore dispersione dei rendimenti tra i singoli titoli, un gestore attivo abile può creare un valore significativo. Questo è particolarmente vero in segmenti di mercato meno efficienti o quando si implementano strategie complesse. L’approccio innovativo non è scegliere l’uno o l’altro, ma capire dove ciascuno strumento aggiunge più valore.

Studio di caso: Il portafoglio 40/30/30 di Candriam

Un esempio concreto di come la gestione attiva possa migliorare un portafoglio tradizionale viene da una ricerca di Candriam. L’analisi, condotta da Steeve Brument, ha dimostrato come l’introduzione del 30% di strategie alternative (tipicamente gestite attivamente) in un portafoglio 60/40, trasformandolo in un 40/30/30 (40% azioni, 30% obbligazioni, 30% alternative), abbia migliorato significativamente il profilo di rendimento/rischio su un periodo che va dal 1990 a oggi. Le strategie alternative includono approcci come long/short, global macro o merger arbitrage, che hanno una bassa correlazione con i mercati tradizionali.

I risultati quantitativi di questa integrazione sono notevoli. Come sottolinea lo stesso Brument, i benefici non sono solo teorici ma misurabili in termini di riduzione del rischio:

A parità di rendimento, rispetto al portafoglio 60/40 un portafoglio 40/30/30 avrebbe ridotto la volatilità del 2,3% e il drawdown massimo del 7,36%.

– Steeve Brument, Candriam Research

La conclusione è che la scelta non è tra “passivo” e “attivo”, ma tra “semplice” e “sofisticato”. Un portafoglio di ETF passivi è un ottimo punto di partenza, ma per chi cerca una vera resilienza, l’integrazione di strategie attive e decorrelate può fare la differenza tra un portafoglio che sopravvive e uno che prospera.

Come costruire una “scaletta di obbligazioni” (Bond Ladder) per sfruttare i rialzi dei tassi?

In un ambiente di tassi di interesse in rialzo, detenere obbligazioni a lunga scadenza può essere doloroso, poiché il loro valore di mercato diminuisce. Come può un investitore navigare questo scenario senza rinunciare alla componente obbligazionaria? Una delle tecniche più efficaci e collaudate è la costruzione di una “scaletta di obbligazioni” (Bond Ladder). Questa strategia consiste nel distribuire il capitale destinato alle obbligazioni su una serie di titoli con scadenze diverse e progressive.

Immaginiamo di avere 100.000 € da investire. Invece di comprare un’unica obbligazione a 10 anni, si dividerebbe il capitale in 10 tranche da 10.000 €, acquistando obbligazioni che scadono rispettivamente tra 1, 2, 3, e così via, fino a 10 anni. Ogni anno, l’obbligazione che scade “libera” il capitale, che può essere reinvestito in una nuova obbligazione a 10 anni (il gradino più alto della scala). Questo meccanismo offre due vantaggi chiave: fornisce un flusso di liquidità regolare e, soprattutto, permette di catturare i tassi di interesse più alti reinvestendo periodicamente una parte del capitale alle nuove condizioni di mercato. Si riduce così il rischio di rimanere “bloccati” con rendimenti bassi se i tassi dovessero salire.

Il vostro piano d’azione: costruire una Bond Ladder

  1. Definire l’orizzonte: Scegliete la lunghezza della vostra “scaletta” (es. 5, 10 o 20 anni) in base ai vostri obiettivi e alla vostra tolleranza al rischio.
  2. Distribuire il capitale: Suddividete il capitale in parti uguali e acquistate obbligazioni (o ETF obbligazionari a scadenza definita per una maggiore diversificazione) con scadenze progressive.
  3. Automatizzare il reinvestimento: Man mano che un’obbligazione scade, reinvestite il capitale rimborsato in un nuovo titolo con la scadenza più lunga della vostra scaletta.
  4. Valutare la qualità del credito: Prestate attenzione al rating delle obbligazioni per bilanciare rendimento e rischio di default.
  5. Considerare alternative: Per investitori più sofisticati, valutate strategie come la “Barbell”, che concentra gli investimenti su scadenze molto brevi e molto lunghe.

La Bond Ladder non è l’unica strategia di gestione della duration. Un’alternativa più aggressiva è la strategia “Barbell” (bilanciere), che si concentra solo sulle scadenze brevi e lunghe, tralasciando quelle intermedie. Questa è adatta a chi ha aspettative precise sull’andamento della curva dei tassi.

Bond Ladder vs Strategia Barbell
Caratteristica Bond Ladder Barbell Strategy
Distribuzione scadenze Progressive e uniformi Concentrate agli estremi
Gestione del rischio Moderata Più aggressiva
Complessità Media Alta
Adatta per Curva rendimenti piatta Aspettative di forte volatilità tassi

Elementi chiave da ricordare

  • La correlazione tra azioni e obbligazioni non è più stabile; l’inflazione può renderla positiva, annullando la diversificazione tradizionale.
  • Il rendimento reale, al netto dell’inflazione, è l’unica metrica che conta per la componente “sicura” del portafoglio.
  • Modernizzare il portafoglio significa integrare nuove fonti di rendimento e di decorrelazione, come strategie alternative e mercati emergenti.

Come inserire India e Sud-Est Asiatico nel portafoglio per catturare la crescita globale?

Un portafoglio proiettato al futuro non può ignorare i cambiamenti tettonici in atto nell’economia globale. Mentre i mercati sviluppati come USA ed Europa affrontano sfide demografiche e una crescita più matura, il motore della crescita mondiale si sta spostando sempre più verso l’Asia. In particolare, India e Sud-Est Asiatico (paesi come Vietnam, Indonesia, Filippine) rappresentano un’opportunità di diversificazione e di crescita a lungo termine che l’investitore moderno deve considerare.

Le proiezioni demografiche ed economiche sono impressionanti. L’India, con una popolazione giovane e una classe media in rapida espansione, è destinata a diventare una delle principali economie mondiali. Le proiezioni degli analisti indicano che il PIL pro capite dell’India potrebbe triplicare entro il 2050, mentre nello stesso periodo quello di USA e Germania potrebbe crescere solo del 50%. Questo potenziale di crescita si traduce in opportunità per le aziende che operano in settori come i consumi, la tecnologia e le infrastrutture.

Rappresentazione simbolica della crescita economica dinamica nei mercati asiatici emergenti

Come può un investitore fai-da-te accedere a questa crescita? Fortunatamente, oggi esistono strumenti efficienti e a basso costo. Gli ETF sui mercati emergenti o specifici per l’Asia offrono un’esposizione diversificata a centinaia di aziende della regione. Ad esempio, un ETF che replica l’indice MSCI Emerging Markets può avere un costo annuo di appena lo 0,18% e ha generato storicamente rendimenti interessanti. Per un’esposizione più mirata, esistono ETF come l’xTrackers All Country Asia ex Japan, che investe in un paniere di paesi asiatici escludendo il Giappone, offrendo una scommessa più pura sulla crescita emergente della regione. L’importante è considerare questa esposizione non come una scommessa speculativa a breve termine, ma come un investimento strategico e strutturale in una porzione del mondo destinata a pesare sempre di più nell’economia globale.

Per costruire un portafoglio veramente globale, è essenziale guardare oltre i mercati tradizionali. Rivedere le ragioni e le modalità per investire nella crescita asiatica può offrire una nuova prospettiva per il futuro.

Aggiornare la strategia 60/40 non significa buttarla, ma evolverla con consapevolezza. Comprendere le nuove dinamiche di correlazione, focalizzarsi sui rendimenti reali e integrare strategicamente nuove fonti di crescita sono i pilastri per costruire un portafoglio robusto, in grado di navigare con successo i mercati di oggi e di domani. Per mettere in pratica questi concetti, il passo successivo è ottenere un’analisi personalizzata della vostra situazione finanziaria e dei vostri obiettivi.

Scritto da Elena Ricci, Consulente Finanziaria Indipendente (CFA) specializzata in pianificazione patrimoniale e finanza comportamentale. Da 12 anni aiuta famiglie e privati a proteggere i risparmi dall'erosione dell'inflazione e a costruire portafogli di investimento efficienti.