Pubblicato il Maggio 10, 2024

La crisi d’impresa non è un evento contabile, ma il risultato di una negazione che paralizza l’azione. Il vero risanamento inizia quando si smette di sperare e si inizia a operare.

  • La liquidità è l’unica metrica che conta: un’emorragia di cassa va fermata con azioni chirurgiche, non con palliativi.
  • Gli strumenti legali sono utili, ma la vera salvezza risiede nella lucidità strategica e nella capacità di fare scelte dolorose.

Raccomandazione: Smetta di analizzare i dati che già conosce. Adotti subito un sistema di previsione di cassa a 13 settimane e agisca sui risultati come un chirurgo d’urgenza, non come un contabile.

Da anni, nel mio ruolo di Crisis Manager, incontro imprenditori come lei. Persone capaci, che hanno costruito aziende dal nulla, ma che ora si trovano di fronte a numeri che non tornano. Il problema più grande, tuttavia, non è il calo del fatturato o l’aumento dei costi. Il vero nemico è la paralisi. Quella speranza, quasi irrazionale, che “il prossimo mese andrà meglio”, mentre la liquidità si consuma giorno dopo giorno. Si tende a guardare al conto economico, un documento che fotografa il passato, ignorando il flusso di cassa, che predice il futuro e determina la sopravvivenza.

Molti consigliano di tagliare i costi o di rinegoziare i debiti. Consigli validi, ma che spesso arrivano tardi o vengono applicati senza una strategia. Sono come cerotti su una ferita che richiede punti di sutura. La verità scomoda è che per salvare un’azienda non basta essere ottimisti; serve essere brutalmente onesti con sé stessi. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, per quanto sgradevole, e agire con la freddezza e la precisione di un chirurgo.

Questo non è l’ennesimo articolo che le elenca vaghi “campanelli d’allarme”. Questa è una guida operativa, un protocollo da seguire quando il tempo stringe. L’obiettivo non è darle false speranze, ma fornirle gli strumenti e, soprattutto, il metodo mentale per affrontare la crisi. Se la sua reazione istintiva a un problema è “ci penserò domani”, questo articolo è esattamente ciò di cui ha bisogno oggi. Vedremo insieme come trasformare la negazione in azione, l’ansia in strategia e la crisi in un’opportunità di rifondazione. Non per salvare tutto, ma per salvare ciò che è ancora sano.

In questa analisi, affronteremo i passaggi cruciali per riprendere il controllo, dalle azioni immediate sulla liquidità alla gestione dei rapporti con banche e fornitori, fino alle decisioni strategiche più difficili. L’obiettivo è fornirle una mappa chiara per navigare la tempesta.

Perché in crisi la cassa è il re: le azioni immediate per fermare l’emorragia di liquidità

In una situazione di normalità, gli imprenditori si concentrano su fatturato, margini e utile. Ma quando l’azienda è in crisi, queste metriche diventano secondarie. Esiste un solo re, un solo indicatore di sopravvivenza: la cassa. Un’azienda può essere teoricamente profittevole ma fallire per mancanza di liquidità. Al contrario, un’azienda in perdita può sopravvivere se gestisce la cassa con disciplina militare. La sua prima, ossessiva priorità deve essere fermare l’emorragia di liquidità. Ogni giorno di ritardo consuma le poche risorse rimaste per attuare un piano di risanamento. I dati recenti lo confermano: in Italia si è registrato un aumento del +19,7% di liquidazioni giudiziali nel 2024, spesso originate proprio da una crisi di cassa gestita troppo tardi.

L’errore più comune è navigare a vista, basandosi sull’estratto conto bancario. È come guidare di notte in autostrada guardando solo a un metro dal paraurti. È necessario un cruscotto che illumini la strada per le prossime settimane. La soluzione più efficace è implementare un forecast di cassa a 13 settimane (un trimestre). Questo strumento, aggiornato settimanalmente, traccia ogni singolo euro in entrata e in uscita, permettendole di prevedere il punto di minimo di cassa e di agire preventivamente. Non si tratta di contabilità, ma di gestione finanziaria d’emergenza. Questo non è il momento per la precisione al centesimo, ma per la rapidità e la visione d’insieme.

Questo approccio le permette di passare da una gestione passiva, dove subisce gli eventi, a una gestione attiva, dove anticipa i problemi. Potrà identificare quali pagamenti sono indispensabili e quali possono essere posticipati, quali clienti tardano a pagare e su cui è necessario intervenire, e soprattutto, quantificare esattamente il fabbisogno finanziario necessario per superare il punto di minimo. Senza questa visibilità, ogni tentativo di rinegoziazione con banche o fornitori sarà percepito come un disperato tentativo di prendere tempo, destinato al fallimento.

Come proporre un saldo e stralcio ai fornitori strategici senza interrompere le forniture?

Quando la liquidità scarseggia, la tentazione di smettere di pagare i fornitori è forte. È un errore fatale. Interrompere i pagamenti senza un piano significa bloccare la catena di approvvigionamento e, di conseguenza, la capacità di produrre e fatturare, innescando una spirale mortale. La soluzione non è nascondersi, ma trasformare una potenziale disputa in un patto di sopravvivenza. Un accordo di saldo e stralcio o una dilazione di pagamento non è un’elemosina, ma una proposta di business in cui entrambe le parti hanno qualcosa da guadagnare: lei la continuità, il fornitore un incasso certo (anche se parziale) e la prospettiva di mantenere un cliente una volta superata la crisi.

Il successo di una negoziazione di questo tipo non si basa sull’improvvisazione, ma su un approccio strutturato. Per prima cosa, è fondamentale mappare i fornitori: non tutti hanno la stessa importanza. Vanno divisi in strategici (insostituibili, da cui dipende la produzione), importanti (sostituibili ma con un costo) e non critici. Le sue energie negoziali devono concentrarsi sui primi. In secondo luogo, non può presentarsi a mani vuote. Deve avere un piano di risanamento credibile, basato su quel forecast a 13 settimane di cui abbiamo parlato. Questo piano dimostra che non sta solo chiedendo un sacrificio, ma che ha una strategia per tornare a essere un partner affidabile. Come evidenziano gli esperti di GMB Finance, un approccio integrato che consideri aspetti finanziari, manageriali e legali è la chiave per aumentare drasticamente le probabilità di successo.

La trasparenza è fondamentale. Spieghi la situazione con onestà, presenti il suo piano e metta sul tavolo una proposta concreta e sostenibile per la sua azienda. Invece di un generico “non posso pagare”, proponga “posso pagare il 70% subito a saldo del debito, oppure il 100% in 12 rate mensili a partire da X, garantendo il pagamento puntuale delle nuove forniture”. Questa concretezza trasforma un problema in una soluzione negoziabile.

Stretta di mano tra professionisti in ambiente aziendale, a simboleggiare un accordo strategico.

Questa immagine rappresenta l’obiettivo finale: non uno scontro, ma un accordo che permette a entrambe le parti di superare la difficoltà. Il fornitore strategico non è un nemico, ma il suo primo alleato nel percorso di risanamento. Trattarlo come tale è il primo passo per ottenere la sua collaborazione.

Composizione Negoziata della Crisi o Concordato: quale strumento salva la continuità aziendale oggi?

Quando la crisi è troppo profonda per essere risolta solo con la rinegoziazione dei debiti, la legge mette a disposizione strumenti per gestire l’insolvenza in modo controllato, proteggendo l’azienda dai creditori e preservando, dove possibile, la continuità aziendale. Negli ultimi anni, l’aumento delle difficoltà ha portato a un’evoluzione normativa e a un boom nell’utilizzo di questi strumenti, con una crescita, come riportato dall’Osservatorio Cerved, del +37,4% nel 2024 per procedimenti unitari e misure cautelari. I due percorsi principali oggi sono la Composizione Negoziata della Crisi e il Concordato Preventivo.

La Composizione Negoziata è uno strumento più agile e riservato. L’imprenditore mantiene il controllo dell’azienda e viene affiancato da un esperto indipendente che ha il ruolo di facilitatore nelle trattative con i creditori. L’obiettivo è trovare un accordo stragiudiziale senza la pubblicità e la rigidità di una procedura concorsuale. È la scelta ideale quando c’è ancora margine di manovra e l’azienda ha prospettive di ripresa credibili. Il suo grande vantaggio è la flessibilità e la possibilità di “testare” la volontà dei creditori di trovare un accordo in un ambiente protetto.

Il Concordato Preventivo, invece, è una vera e propria procedura giudiziale. L’azienda viene posta sotto il controllo del tribunale, che nomina un commissario giudiziale. È una procedura pubblica, più lunga e complessa, che offre però una protezione più forte contro le azioni esecutive dei creditori. Si ricorre al concordato quando il livello di indebitamento è tale da non poter essere risolto con accordi singoli, ma richiede una soluzione complessiva che vincoli tutti i creditori, anche quelli dissenzienti, se approvato dalla maggioranza. La scelta tra i due strumenti dipende dal grado della crisi, dalla struttura del debito e dalle reali prospettive di continuità.

La tabella seguente riassume le differenze chiave per aiutarla a orientarsi.

Confronto tra Composizione Negoziata e Concordato Preventivo
Caratteristica Composizione Negoziata Concordato Preventivo
Controllo dell’azienda Resta all’imprenditore Limitato dal tribunale
Pubblicità Procedura riservata Procedura pubblica
Esperto coinvolto Esperto indipendente facilitatore Commissario giudiziale
Flessibilità Alta – negoziazione libera Bassa – vincoli procedurali
Tempi 180 giorni + proroga Variabili, generalmente più lunghi

L’errore di nascondere la crisi ai dipendenti chiave che se ne vanno proprio quando servono di più

L’istinto di un imprenditore sotto pressione è spesso quello di chiudersi, di non mostrare debolezza. Nascondere la crisi ai dipendenti sembra una mossa logica per non creare panico. In realtà, è uno degli errori più gravi e comuni. I suoi dipendenti chiave non sono stupidi; percepiscono la tensione, notano i ritardi nei pagamenti, sentono le voci. La mancanza di comunicazione ufficiale genera incertezza, il peggior nemico della fiducia. E quando l’incertezza regna, le persone migliori, quelle che hanno più alternative sul mercato, sono le prime ad andarsene, lasciandola solo proprio quando avrebbe più bisogno del loro talento e del loro impegno per superare la tempesta.

La soluzione non è una trasparenza totale e indiscriminata, che potrebbe effettivamente causare il panico. La soluzione è una comunicazione strategica “a cerchi concentrici”. Il primo cerchio, l’inner circle (soci, management di prima linea), deve avere accesso completo alle informazioni e condividere la responsabilità del piano. Il secondo cerchio, i dipendenti chiave (responsabili di produzione, commerciali di punta, tecnici specializzati), deve ricevere un quadro onesto della situazione, dell’impatto sul loro lavoro e, soprattutto, del piano per risolverla. Il terzo cerchio, il resto dell’azienda, riceverà una comunicazione più generale e rassicurante, focalizzata sugli obiettivi e sulla stabilità futura.

Coinvolgere le persone giuste non è solo una questione di trasparenza, ma di efficacia. Come osserva un esperto nel “Guida al Risanamento Aziendale 2024”:

Nella mia esperienza, ho notato che le aziende che riescono a superare con successo una crisi sono quelle in cui il management riesce a creare un senso di urgenza e di missione condivisa tra tutti i dipendenti.

– Esperto di Business Planning, Guida al Risanamento Aziendale 2024

Per creare questa missione condivisa, può considerare l’introduzione di turnaround bonus, premi legati al raggiungimento di specifici obiettivi di risanamento (es. riduzione scorte, recupero crediti). Questo trasforma i dipendenti da spettatori preoccupati a protagonisti attivi della ripresa.

Tagliare i rami secchi: come decidere quali linee di prodotto chiudere per salvare l’azienda sana

In una crisi, tentare di salvare tutto equivale spesso a perdere tutto. Un piano di risanamento efficace non è mai indolore; richiede un’operazione di triage aziendale, un processo lucido e talvolta brutale per decidere cosa salvare e cosa sacrificare. L’obiettivo è concentrare le poche risorse disponibili (liquidità, tempo, attenzione del management) sulle parti sane dell’azienda, quelle che hanno una reale prospettiva di generare cassa e profitti nel futuro. Questo significa avere il coraggio di “tagliare i rami secchi”: linee di prodotto, divisioni o mercati che assorbono risorse senza generare un ritorno adeguato.

La decisione non può essere basata sull’affetto o sulla storia. Deve fondarsi sui dati. L’analisi da fare è spietata: per ogni linea di prodotto o business unit, deve calcolare la marginalità di contribuzione. Quanti euro contribuisce ogni linea a coprire i costi fissi dopo aver coperto i propri costi variabili? Le linee con margine negativo o molto basso sono le prime candidate al taglio. Non basta. Deve anche valutare l’assorbimento di capitale circolante: una linea potrebbe essere profittevole sulla carta, ma richiedere scorte enormi o concedere dilazioni di pagamento insostenibili, diventando di fatto un buco nero per la liquidità. Questo tipo di analisi è cruciale in settori particolarmente colpiti, dove la competizione è alta e i margini risicati, come evidenziano i dati Cerved sui fallimenti in Italia che vedono in testa settori come Metalli (+48,4%) e Sistema Moda (+41,1%).

Grafici e diagrammi astratti che rappresentano l'analisi di un portafoglio prodotti.

Questa visualizzazione rappresenta l’analisi critica del portafoglio. Ogni area va valutata per il suo contributo reale alla salute complessiva dell’organismo aziendale. Chiudere una linea di prodotto non è un fallimento; è una chirurgia finanziaria necessaria per salvare il paziente. È un atto di realismo che libera risorse vitali da reinvestire nel core business, l’unica parte dell’azienda che può garantirle un futuro.

La decisione di tagliare una parte dell’attività è una delle più difficili per un imprenditore. Tuttavia, la chiarezza strategica che ne deriva è spesso il vero punto di svolta del risanamento. Si tratta di scegliere di essere più piccoli ma sani, piuttosto che grandi e malati.

Il pericolo del “Credit Crunch”: segnali che la banca sta per tagliarti i fidi

La banca è un partner fondamentale, ma è un partner che agisce nel proprio interesse. In una situazione di crisi, il suo rapporto con gli istituti di credito può cambiare rapidamente, trasformandosi da un supporto a un rischio. Il cosiddetto “credit crunch”, ovvero la stretta improvvisa sulle linee di credito, è un evento che può dare il colpo di grazia a un’azienda già in difficoltà. È cruciale non solo monitorare i propri conti, ma anche imparare a leggere i segnali, spesso deboli, che la banca invia prima di agire. Ignorarli significa rischiare di trovarsi senza liquidità da un giorno all’altro.

Quali sono questi segnali? Non si tratta di comunicazioni formali, ma di un cambiamento di atteggiamento. Il suo gestore, prima sempre disponibile, diventa più difficile da contattare? Le richieste di documentazione (bilancini, andamentale, portafoglio ordini) si fanno più frequenti e dettagliate? Iniziano ad arrivare domande specifiche su singoli clienti o fatture presentate allo sconto? Questi non sono segnali di normale amministrazione, ma indizi che il suo rating di rischio interno alla banca sta peggiorando. L’istituto sta raccogliendo informazioni per decidere se e come ridurre la propria esposizione nei suoi confronti. Un altro segnale inequivocabile è la richiesta di garanzie aggiuntive (personali o reali) a fronte di fidi già concessi.

La miglior difesa è l’attacco, o meglio, l’anticipo. Non aspetti che sia la banca a chiamarla. Mantenga un dialogo proattivo, presenti il suo piano di risanamento e il suo forecast di cassa prima che le vengano chiesti. Dimostri di avere il controllo della situazione. Parallelamente, è vitale iniziare a diversificare le fonti di finanziamento prima che sia troppo tardi. Il mondo del fintech, del private debt e del direct lending offre oggi alternative al canale bancario tradizionale. Cercare queste soluzioni quando si è già in una crisi acuta di liquidità è quasi impossibile. Il momento giusto per agire è quando gli indici (come il rapporto Posizione Finanziaria Netta / EBITDA) iniziano a deteriorarsi, ma prima che scatti l’allarme rosso.

Perché pianificare a 12 mesi è inutile quando i costi delle materie prime variano ogni settimana?

Il budget annuale è un rito aziendale consolidato. Un esercizio previsionale che, in un contesto stabile, può avere un senso. Ma nel mercato attuale, caratterizzato da un’estrema volatilità dei costi delle materie prime e dell’energia, aggrapparsi a un piano a 12 mesi è come cercare di navigare una tempesta con una mappa disegnata l’anno prima. È uno strumento inutile, se non dannoso, perché crea una falsa sensazione di controllo mentre la realtà si muove in una direzione completamente diversa. Non è un caso che, secondo uno studio Cerved, il forte incremento dei costi è la causa primaria del +17,2% di fallimenti registrati di recente.

L’antidoto a questa incertezza non è smettere di pianificare, ma cambiare radicalmente il modo in cui si pianifica. È necessario abbandonare il budget statico e adottare un approccio dinamico, il “rolling forecast”. Invece di una previsione a 12 mesi fatta una volta l’anno, si lavora su una previsione a 3-6 mesi (ad esempio, 13 settimane come visto per la cassa) che viene aggiornata costantemente, tipicamente ogni mese. Ogni volta che un mese si conclude, viene aggiunto un nuovo mese alla fine del periodo di previsione. Questo permette di avere una visione sempre aggiornata e di incorporare immediatamente le variazioni di costi, ricavi e condizioni di mercato nel proprio piano.

Un rolling forecast efficace non si limita a un singolo scenario. Per ogni variabile chiave (es. costo materia prima X, volume di vendita prodotto Y), vanno definiti tre scenari: ottimista, realistico e pessimista. Ancora più importante, per ogni scenario vanno pre-definite delle azioni correttive da attivare automaticamente al superamento di certe soglie. Se il costo dell’acciaio supera i 1000€/tonnellata (soglia pessimista), scatta in automatico la rinegoziazione dei listini di vendita, senza bisogno di attendere una riunione. Questo trasforma la pianificazione da un esercizio contabile a un vero e proprio sistema di guida strategica in tempo reale.

Piano d’azione: Implementare un rolling forecast trimestrale

  1. Sostituire il budget annuale con previsioni a 90 giorni aggiornate mensilmente.
  2. Definire 3 scenari (Ottimista, Realistico, Pessimista) per ogni variabile chiave (costi, volumi).
  3. Pre-definire azioni correttive automatiche al superamento di soglie critiche di costo o ricavo.
  4. Implementare “sprint finanziari” di revisione del forecast ogni 2 settimane con il team chiave.
  5. Utilizzare accordi quadro con i fornitori che prevedano fasce di prezzo predefinite in base alla volatilità.

Punti chiave da ricordare

  • In crisi, l’unica priorità è fermare l’emorragia di liquidità. Adotti subito un forecast di cassa a 13 settimane.
  • Il piano di risanamento non è un esercizio contabile, ma una strategia chirurgica che richiede lucidità e decisioni coraggiose.
  • La trasparenza strategica con banche, fornitori e dipendenti chiave non è un segno di debolezza, ma la base per costruire le alleanze necessarie alla sopravvivenza.

Come decidere se avviare un nuovo progetto quando i tassi di interesse superano il 5%?

Anche nel mezzo di una crisi, possono presentarsi opportunità: un nuovo cliente, un nuovo mercato, un nuovo progetto. La mentalità imprenditoriale spinge a coglierle. Tuttavia, in una fase di risanamento, con tassi di interesse elevati che rendono il capitale costoso e scarso, ogni decisione di investimento deve essere vagliata con un livello di scrutinio estremo. Il classico calcolo del ROI (Return on Investment) non è più sufficiente. Anzi, può essere fuorviante.

Un progetto potrebbe apparire finanziariamente vantaggioso, ma nascondere costi invisibili devastanti. Il costo più alto, in una situazione di crisi, è il consumo di “capitale di attenzione” del management. Il tempo e la concentrazione dell’imprenditore e della sua prima linea sono le risorse più scarse e preziose. Ogni ora dedicata a un nuovo progetto è un’ora sottratta al delicato e complesso lavoro di risanamento del core business. L’analisi da fare, quindi, non è solo “questo progetto genererà un profitto?”, ma “questo progetto ci distrarrà dal salvare l’azienda?”.

Studio di caso: Il “Return on Management Attention”

Come riportato da MilanoFinanza, l’incremento dei tassi ha messo sotto pressione la liquidità delle PMI italiane. In questo contesto, gli esperti suggeriscono un criterio di valutazione più severo per i nuovi investimenti. Il concetto di “Return on Management Attention” diventa centrale. Prima di approvare un progetto, anche se finanziariamente promettente, un’azienda in risanamento deve chiedersi: quante ore del team di gestione richiederà? Questo tempo è meglio investito nel risolvere i problemi del core business o nel lanciare una nuova iniziativa? In molti casi, la risposta porta a posticipare progetti validi per concentrare ogni energia sulla sopravvivenza e stabilizzazione dell’esistente, come sottolineato da diverse analisi sull’impatto dei tassi sulle decisioni di investimento.

Marco Preti, CEO di Cribis, ha catturato perfettamente questo concetto in una recente analisi:

In una situazione di tensione, il tempo e la concentrazione del management sono le risorse più scarse. Il progetto, anche se finanziariamente valido, distoglie l’attenzione dal risanamento del core business?

– Marco Preti, Analisi MilanoFinanza

In sintesi, in una fase di risanamento, la regola è semplice: dire “no” a tutto ciò che non è assolutamente essenziale per la sopravvivenza e la stabilizzazione del core business. La disciplina di concentrarsi su poche, vitali priorità è ciò che distingue le aziende che superano la crisi da quelle che soccombono, distrattesi dall’ultima “opportunità”.

Per applicare questi principi alla sua specifica situazione e costruire un piano di risanamento su misura, è essenziale ottenere un’analisi esterna e oggettiva. Richieda ora una valutazione della sua posizione per definire le azioni più urgenti ed efficaci.

Domande frequenti sulla gestione della crisi d’impresa

Quali sono i primi segnali che la banca sta per ridurre i fidi?

I segnali sono spesso informali e legati a un cambiamento di comportamento: richieste più frequenti e dettagliate di documentazione (bilancini, andamentale), formalizzazione eccessiva delle comunicazioni via PEC, domande specifiche su singoli clienti o fatture, e una generale minore disponibilità del gestore della relazione a concedere flessibilità.

Come proteggersi dal rischio di credit crunch?

La strategia migliore è la prevenzione e la diversificazione. È fondamentale diversificare le fonti di finanziamento esplorando opzioni di finanza alternativa (come fintech, private debt, o direct lending) prima che la crisi diventi acuta. Inoltre, è cruciale monitorare costantemente i covenant bancari e preparare un piano B da attivare rapidamente.

Quando è il momento giusto per cercare alternative al credito bancario?

Il momento giusto è prima che si manifesti la crisi conclamata. Un buon indicatore è quando gli indici aziendali, come il rapporto tra Posizione Finanziaria Netta e EBITDA, si avvicinano alle soglie critiche definite nei contratti di finanziamento, o quando la banca inizia a richiedere garanzie personali o reali aggiuntive a fronte dei fidi esistenti.

Scritto da Marco Brambilla, CFO Frazionale e Consulente esperto in Finanza d'Impresa con oltre 20 anni di esperienza nella gestione dei rapporti bancari e nella pianificazione della tesoreria per le PMI italiane. Specializzato in ristrutturazione del debito, analisi del rating bancario (Centrale Rischi) e accesso ai fondi PNRR.